lunedì 4 maggio 2009

La difficile arte del saper apprezzare



                                  Ibrahimovic zittisce i tifosi dopo il goal segnato alla Lazio


Erano diversi anni che non andavo a San Siro a vedere una partita di calcio: sabato sera, da buon milanista, sono andato a vedere Inter - Lazio.

Prima di entrare nello stadio mi concedo un paio di birrette col collega che mi accompagna e mi guardo un po' attorno. 
I venditori di panini con la salamella fanno affari d'oro, così come le bancarelle di sciarpe, magliette e bandiere. 
I carabinieri si annoiano, rassicurati dal gemellaggio fra le due tifoserie, mentre gli stewart all'ingresso lavorano di buona lena.
Mi colpisce la presenza di molti bambini: vestiti dai genitori coi colori del cuore, trasmettono quel genuino entusiasmo che diverrà un bel ricordo e un gran rimpianto quando saranno adulti.

Il colpo d'occhio sugli spalti quando le squadre entrano in campo è molto bello: posti quasi tutti occupati e gran sventolio di bandiere. Siamo in curva sud, di fronte agli ultras dell'Inter: una posizione privilegiata per apprezzare la coreografia che hanno preparato. E' un omaggio a Gabriele, il tifoso della Lazio ucciso nel novembre 2007 da un colpo di pistola esploso da un poliziotto sull'autostrada. 
Fra i molti striscioni mi colpisce uno in particolare: "giornalisti sciacalli".

Inizia la partita e il mio collega, rendendosi evidentemente conto della mia impreparazione, rinuncia a scambiare pareri tecnici con me per intavolare un discorso da vero tifoso con il suo vicino di posto. 
Il match non offre grandi emozioni, ma io mi diverto ugualmente. Certo, rimango seduto e un po' in imbarazzo quando quasi tutti nello  stadio si alzano e saltando cantano "chi non salta milanista è" e rimango un po' perplesso quando iniziano a gridare "milanista pezzo di merda"... mi consolo costatando che il mio collega, simpaticamente, evita di unirsi al coro.
Per sfogarmi un po' e per intonarmi al sentire generale mi unisco ai canonici insulti all'arbitro, ma c'è da dire che il mio classico "arbitro cornuto" mi fa sembrare quasi un Lord inglese e, allora, aggiungo un bel "arbitro bastardo".

L'Inter non gioca bene, anzi, gioca maluccio e intorno a me iniziano le critiche alla squadra: Figo è un vecchio e non salta più l'uomo... Ibrahimovic si guarda la partita dal campo, è un mercenario e se ne deve andare... Mourinho non sa mettere la squadra in campo... Santon non deve giocare a destra... e chi più ne ha più ne metta. 
Considerando che la squadra è prima in classifica con 7 punti sulla seconda e che, mancando solo 5 giornate alla fine del campionato, difficilmente perderà lo scudetto, le giudico critiche ingiuste, esagerate, troppo severe.
Ma il tifoso interista è così: ipercritico, mai contento, perennemente insoddisfatto e, quindi, alla fine del primo tempo fischia sonoramente la propria squadra.

Nel secondo tempo, dopo un paio di sostituzioni azzeccate da parte dell'allenatore, Ibra segna e, platealmente, porta l'indice alla bocca per zittire il pubblico.
Questo gesto del campione svedese ha fatto molto clamore, i giornali del giorno dopo ne hanno parlato molto.
Il pubblico ha sempre ragione o, a volte, quando esagera, il giocatore ha il diritto a ribellarsi ad una critica che trova ingiusta?

Il cercare di migliorarsi è una caratteristica umana, è la caratteristica che ha permesso all'uomo di evolversi, di progredire, di fare nuove scoperte e di compiere nuove invenzioni che hanno migliorato la nostra vita quotidiana.
Credo, però, che se ci focaliziamo solo al volerci migliorare, al voler progredire, al cercare la perfezione rischiamo di non godere dell'oggi, dei risultati che abbiamo conseguito.
Rischiamo di non vedere il bello che c'è intorno a noi nel presente.

Aspettando di capire qual'è l'alchimia giusta per conciliare l'ambizione di miglioramento al saper godere di quello che si ha, faccio i complimenti all'Inter per lo scudetto... ( ma chi ci crede???).


Vincenzo

p.s. La partita è finita 2-0 per l'Inter.



sabato 25 aprile 2009

- 25 aprile, festa della Liberazione -

La Storia e la storia del vicino svalvolato 


Esperti italiani nell'URSS. 
- "Strano: assomiglia molto alla nostra più diffusa qualità di grano".      
- "Forse dipende dal fatto che qui c'era un cimitero di guerra italiano".
                                                                     Giovannino Guareschi, 1959    
 

Qualche giorno fa ho messo in moto la macchina e l'occhio mi è caduto sulla spia della benzina.
Credevo di avere il serbatoio pieno e invece ero quasi in riserva: oltre all'auto si è acceso un ricordo.

Quando ero bambino nel palazzo in cui vivevo coi miei genitori abitava una coppia di coniugi che aveva più o meno l'età dei miei nonni.
Lei, che parlava volentieri in milanese,  era bassa, coi capelli candidi, sempre pettinata e sorridente.
Lui, alto e stempiato, sorrideva poco. 
E faceva discorsi strani.

Questo signore, fra le altre cose, raccontava che c'era qualcuno che la notte gli prendeva l'auto, la usava e poi la rimetteva a posto. 
Lui se ne accorgeva perchè vedeva che c'era meno benzina nel serbatoio...
A me sembrava che in questo discorso ci fosse qualcosa di stonato: come faceva il ladro, dopo aver girovagato tutta la notte, a ritrovare sempre libero lo stesso parcheggio da cui aveva preso la macchina? 

Il mio vecchio vicino di casa aveva ottimi motivi per essere un po' svalvolato: era un reduce della campagna di Russia!

Solo l'ignoranza, la presunzione, l'ottusità, il disprezzo per la vita umana possono spiegare, in parte, i motivi che spinsero Mussolini ad inviare in Russia un corpo di spedizione militare da affiancare ai tedeschi nella folle speranza di conquistare l'Unione Sovietica. 
Il nostro esercito era totalmente inadeguato e impreparato per partecipare ad una guerra moderna.
Le nostre armi, il nostro equipaggiamento, i nostri mezzi di trasporto erano inadatti per affrontare delle battaglie di movimento.

Nel marzo del 1943, dopo quasi due anni di guerra, i resti di quella che era stata l'armata di Russia vennero rimpatriati e si fecero i primi calcoli delle vittime.
Su duecentoventimila uomini ne mancarono all'appello centomila: trentamila morirono in combattimento o di stenti e settantamila furono fatti prigionieri durante la nostra disastrosa ritirata.

I sovietici non furono benevoli con l'invasore.
I nostri connazionali fatti prigionieri, con marce forzate al gelo e lunghi viaggi in carri bestiame, furono inviati nei campi di concentramento. 
Dalle violenze subite e dalle epidemie di tifo e dissenteria se ne salvarono solo diecimila. *

Buona festa della Liberazione.

Vincenzo

*Per le fonti sulle nostre perdite mi sono basato sui dati dell' U.N.I.R.R. 
Unione nazionale italiana reduci di Russia.


lunedì 20 aprile 2009

L'ape



 Girl with a Bee Dress - Maggie Taylor, 2004




Hai mai visto volare un'ape?
destra
sinistra
con grazia, si appoggia
lentamente, si disperde

Hai mai visto volare un'ape?
alto 
basso
si avvicina, ti spaventi
si allontana, la guardi

Hai mai visto volare un'ape?
tocca terra
bacia i fiori
punge anche
tocca il cielo

Hai mai visto volare un ape?


Vincenzo

lunedì 13 aprile 2009

Requiem per un'edicola


                                                                          Edicola votiva a Sutera, Caltanisetta


Se ho bisogno di una farmacia, di un negozio di scarpe o di vestiti, di una libreria o di un fruttivendolo, di una macelleria o di una gelateria... se ho bisogno di un qualsiasi negozio mi servo nel primo che capita.
L'edicola, però, per me non è un negozio: è un luogo dell'anima... e del portafogli: fra quotidiani, fumetti, settimanali e mensili ogni anno ci lascio un patrimonio. Tutti soldi spesi benissimo, chiaro.
Detto questo si capisce perchè amo avere un'edicola di riferimento.

E detto questo si capisce il mio sgomento quando mi sono accorto che com'erano arrivati, se ne sono andati: all'improvviso.
Sto parlando dei miei cari edicolanti.

Lui era un uomo di una sessantina d'anni, alto e spigoloso, logorroico e preparato nel suo mestiere. Era capace di tenerti in negozio mezz'ora a parlarti del nulla.
Lei era un'algida donna sui cinquantacinque anni. Sempre curata nell'aspetto, timida e poco ciarliera. Molto educata.

Come spesso accade, quando fai una confidenza a qualcuno quello poi si sente come in dovere di ricambiare. Fu così che la signora dell'edicola mi raccontò un po' di loro: della figlia ventenne tifosissima del Milan, del bambino filippino che loro trattavano come fosse un nipote, di quando avevano in affitto un'edicola in piazza Cavour... tanto lavoro ma tanta soddisfazione e molto incasso. Di come poi, dopo la vendita da parte della proprietaria, si spostarono, sempre in affitto, sotto casa mia.

Qualche tempo fa capii che c'era qualcosa che non andava, che stavano sbaraccando.
Chiesi lumi all'edicolante. Lui, solitamente chiacchierone, mi rispose a mezze frasi, con gli occhi bassi.
Non volli approfondire.

Nella gestione dell'edicola è subentrata, pochi giorni fa, una coppia di sudamericani: l'idea che mi sono fatto è che lasciano un margine di ricavo maggiore sul venduto al proprietario.
Questi ragazzi non sanno parlare bene l'italiano (cosa disastrosa per chi vende carta stampata), chiudono presto e non amano il loro lavoro, si vede.

Devo cercarmi un'altra edicola.

Vincenzo.

lunedì 6 aprile 2009

Masochismo


Un po' di masochismo è insito nella natura umana.
Azioni le cui conseguenze sappiamo ci faranno soffrire, le compiamo ugualmente. 
Domande le cui risposte sappiamo ci faranno del male, le poniamo comunque.

Ieri mattina, verso le 11,30, è squillato il telefono di casa.
Era una mia zia che voleva salutarmi.
Dopo un po' che parlavamo, mi è sorta un' irrefrenabile, pericolosa, masochistica curiosità.
Sapevo che non dovevo farlo, che avrei sofferto, che mi sarei pentito... ma è stato più forte di me!

Le ho chiesto: " Zia, cosa stai cucinando di buono?". 
Lei: " Ma niente, Massimo, veramente niente di particolare...
Ho fatto i tortellini al ragù... che dopo passo al forno per gratinare.
Poi avevo degli asparagi selvatici... faccio una piccola frittata.
E poi un po' di salsiccia nostrana... arrosto.
Niente di particolare".

Ho sofferto come una bestia... e non ho avuto il coraggio di confidarle che avrei mangiato un piatto di pasta in bianco!

Vincenzo

lunedì 30 marzo 2009

Che male vi Fo?

                                                                                                                                                                                                                         Marina Massironi e Antonio Catania


Fuori, su una panchetta, militanti un po' attempati del "partito comunista dei lavoratori" raccolgono le firme per presentarsi alle prossime elezioni amministrative: hanno l'aria di non crederci nemmeno loro.
I senegalesi, invece, sono più giovani e combattivi: hanno in mano i soliti libri, ti chiamano "amico" e cercano di venderteli... prima invocando la cultura, poi un più realistico bisogno di aiuto.
La gente arriva alla spicciolata: molti anziani, qualche persona di mezza età, pochissimi giovani.
Le hostess all'entrata sono giovani, carine ed efficienti: raccolgono le prenotazioni e consegnano i biglietti d'ingresso.
La struttura è bella, spaziosa, pulita.
Le poltrone si riveleranno non comodissime, con poco spazio per le gambe.
L’ acustica risulterà ottima.

Il Piccolo Teatro di Milano è un lascito di quando in città imperava Bettino Craxi e la sua corte: fu costruito fra gli anni '80 e '90, dopo mostruosi allungamenti dei tempi e dei costi di costruzione.
I più maliziosi tra noi sospettarono che il tirare alla lunga i lavori nascondesse lo spartirsi di tangenti tra uomini politici.
Alcuni pubblici ministeri, senza dubbio "toghe rosse", avendo gli stessi sospetti arrestarono e fecero mandare a processo l'allora sindaco Pillitteri (casualmente cognato di Craxi).
Siamo grati ai giudici di Cassazione, evidentemente non delle toghe rosse, che hanno assolto definitivamente l'ex sindaco socialista.
Il fatto non sussiste.


Con la lievità datami dall' avere scoperto di non essere stato amministrato per un decennio da un malfattore, qualche giorno fa sono andato al Piccolo per vedere la commedia di Dario Fo "Sotto paga, non si paga".

Lo spettacolo, scritto nel 1974, torna oggi di grossa attualità: un gruppo di donne della periferia milanese, esasperate dai continui rincari dei prezzi, decide di fare la spesa e pagarla quello che loro ritengono il giusto: metà prezzo.
Da qui nasce una commedia degli equivoci dove si ride spesso ma si ride amaro.
Una commedia dove i protagonisti sono giovani donne precarie, poliziotti frustrati, operai cassintegrati, persone indebitate.
Bellissima una battuta: “fare gestire i prestiti alle banche è un po’ come far gestire una banca del sangue a Dracula”.
Le banche, i politici, gli imprenditori senza scupoli, i potenti in genere sono sullo sfondo e sono molto sbeffeggiati.
E lo sbeffeggio del potere, pratica ormai in via d’estinzione in Italia, fa tornare alla mente le motivazioni con cui, nel 1997, fu assegnato a Fo il premio Nobel per la letteratura.

" Figura preminente del teatro politico che, nella tradizione dei giullari medievali, ha fustigato il potere e restaurato la dignità degli umili".

Dallo spettacolo sono uscito soddisfatto e deluso.
Soddisfatto per la magia del teatro, per la bravura degli attori, per la bellezza della commedia, per i temi trattati.
Deluso per la consapevolezza che questi spettacoli non arriveranno mai al grande pubblico ormai assuefatto ai reality show trasmessi dalla tv.

Vincenzo

lunedì 23 marzo 2009

Il Piccolo Principe



Mi diverto molto a vedere al cinema o in televisione la pubblicità della Mastercard.
Mi fa sorridere pensare che dei pubblicitari abbiano promosso a protagonista dei loro spot un mentecatto: solo un pazzo, infatti, spenderebbe certe cifre per acquistare quegli oggetti.
Capisco che si voglia dare l'idea che chi usa una Mastercard è una persona col grano, ma sentire cose del tipo: mazzo di fiori, 200 euro... ma hai comprato una serra?!?!?
Cena fuori 500 euro... ma in quanti eravate?!?!?!?
Anello con brillante 20000 euro... quanto pesa questo anello?!?!?!
L'espressione del suo volto quando le chiedi di sposarti... non ha prezzo! 
Per forza, 'sta fortunella  si sposa Rockfeller!!!

Trovo molto, ma molto più semplice fare regali ai bambini piuttosto che alle bambine: in pratica scelgo quello che avrei voluto io alla loro età...
A volte, però, si fanno delle eccezioni.

Qualche settimana fa ero a cena da amici e ho portato due pensierini ai loro due figli.
Il più grande ha iniziato ad andare a scuola e, quindi,  per una volta non ho scelto quello che avrei voluto io alla sua età, ma gli ho regalato un libro.
Dire che il regalo non è stato gradito non rende appieno l'idea della sua delusione, ma vedere l'espressione del suo volto quando il fratellino ha scartato il suo regalo, una macchinina, non ha prezzo!

Dovremmo ricordarci più spesso di coltivare il bambino che è in noi...

"Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".

Vincenzo

lunedì 16 marzo 2009

Fagiani e persone


Il sonno della ragione genera mostri - F. Goya, 1797


Il campione della battuta di caccia, quel 26 ottobre 1941, fu il ministro degli esteri italiano Galeazzo Ciano, con 620 fagiani uccisi.
Ribbentrop, suo omologo tedesco, nonchè padrone di casa, si fermò a 410.
Molto più indietro, con 95 volatili abbattuti, il Reichsfhurer delle Ss Heinrich Himmler, che non apprezzò il record dell' italiano e anzi commentò al suo massaggiatore personale: " mi sarebbe piaciuto che in Africa gli italiani fossero stati altrettanto bravi a sparare...Dove non c'è pericolo, gli italiani sono eroi".

Tre giorni dopo, a Kaunas, una cittadina Lituana, un ufficiale delle Ss elencò " 2007 uomini, 2920 donne, 4273 bambini".
A giustificazione della carneficina, scrisse: "Rimozione dal ghetto del surplus di ebrei".
L'ordine era di uccidere 10000 ebrei, ne uccisero 9200.
In un giorno.

Quando si pensa all'Olocausto, la nostra mente va ai campi di concentramento, alle camere a gas, ai forni crematori.... tutto vero, ma parziale.

Dopo il varo dell'operazione Barbarossa, sanguinosa campagna militare con la quale Hitler si riprometteva di conquistare l'Unione Sovietica, vennero creati dei corpi speciali di Ss, gli Einsatzgruppen, che vennero mandati al seguito dell'esercito regolare.
Il compito di questi soldati era quello di uccidere, annientare, annullare, far sparire tutti gli ebrei che vivevano nell' est Europa.
Nei luoghi scelti per i massacri i tedeschi facevano scavare, o ai prigionieri di guerra, o alle vittime stesse, delle grandi fosse.
Poi si passava al rastrellamento degli ebrei nelle case.
Dopo, a marce forzate, sotto la minaccia delle armi e con l'uso di mazze ferrate al minimo gesto di insubordinazione, le vittime venivano portate davanti alle fosse, derubate dei pochi averi e fatte denudare completamente.
Per fare meno fatica e, soprattutto, per ottimizzare gli spazi, i tedeschi facevano sdraiare gli ebrei a pancia sotto sopra i cadaveri dei loro compagni.
Poi li mitragliavano alla schiena: questo metodo di sterminio era chiamato Sardinenpackung.
Pensiamo solo per un momento a cosa significhi doversi stendere fra i morti e fra i moribondi... nudi in un lago di sangue... fra i pianti disperati dei bambini che spesso venivano provvisoriamente salvati dai corpi delle madri che facevano da scudo... pensiamo a cosa significhi aspettare la morte in questo modo.

Le fosse comuni sparse dai nazisti per l'Europa contengono più di due milioni di persone.

Le leggi razziali in Italia furono promulgate da Vittorio Emanuele III nel 1938.
Quelle leggi portarono prima ad una discriminazione nelle scuole, negli ospedali, nei posti di lavoro.... poi portarono alla deportazione e alla morte di circa 7000 nostri concittadini di religione ebraica.

Penso che il non ricordare certe tragedie o, peggio, non esserne interessati, sia, oltre che triste, anche pericoloso.

Negli ultimi anni in Italia stiamo assistendo ad una gretta e meschina operazione politica tendente a screditare la lotta Partigiana, a mettere in discussione la Costituzione, ad equiparare i repubblichini ai Partigiani.
Abbiamo un presidente del consiglio che non sente, ormai da anni, non dico la gioia, ma nemmeno l'obbligo istituzionale di festeggiare il 25 Aprile... che si permettere di definire la carta costituzionale come "filosovietica".
Abbiamo forze politiche al governo che derivano direttamente dall'esperienza fascista.
Abbiamo forze politiche al governo dichiaratamente razziste.

Il sonno della ragione genera mostri... un adagio, purtroppo, sempre valido.

Vincenzo





lunedì 9 marzo 2009

Torino, i mattoni gialli e i mattoni rossi



Si dice che Torino sia una città di "frontiera".
E' l'unica città, infatti, a far parte sia del triangolo della magia bianca (insieme a Praga e Lione), che del triangolo della magia nera (insieme a Londra e San Francisco). 
Non so se questo c'entri con la mia passione irrazionale per Torino: dico irrazionale perchè è una città che conosco poco, in cui sono stato solo cinque volte, in cui non ho mai dormito...  e malgrado questo, dopo Milano, è la città a cui sono più affezionato.
Si dice che le esperienze più intense, quelle che ci segneranno l'esistenza, si vivono nell'infanzia...
Il primo viaggio a Torino lo feci da bambino con mio padre e mio nonno. Avrò avuto sei-sette anni, ma ho ricordi limpidi di quella giornata.
All'epoca c'era un cugino di mia madre che viveva lì e allora mio nonno, che era da noi in visita, decise di andare a trovarlo.
Ricordo la stazione centrale la mattina presto, i biglietti gratuiti per mio nonno, in qualità di grande invalido di guerra, e per mio padre, come accompagnatore.
Poi Torino: la stazione... più piccola della centrale... le sciarpe della Juve... in macchina col cugino... piccolo giro... il Valentino.
Torino è anche la città del mio primo concerto: diciasette anni, notte insonne, viaggio in treno con tre amici. 
In una panetteria vicino allo stadio un bimbo mi indica alla mamma "...perchè ha i pantaloni strappati?...". 
Poi la calca per entrare sul prato e poi il concerto... la conferma di una storia d'amore con un ragazzo del New Jersey...
Con uno degli amici del concerto, anni dopo, tornammo nella città piemontese per assistere ad una partita di football americano: ricordo la corsa a perdifiato per prendere l'ultimo treno che ci avrebbe riportati a casa... giù dal tram, corri, corri, corri... salimmo sul convoglio in movimento.
Delle due ultime visite, molto più recenti, ho ricordi sparsi: l'autostrada mi-to sventrata per i lavori dell'alta velocità... il Po di notte... Superga in lontananza... ai piedi della Mole... un parcheggio fortunoso in una piazza vicino ai Murazzi... un negozio di jeans... piazza San Carlo... il Palaisozaki, bellissimo.

A volte si creano dei legami speciali con delle persone, o con delle città, pur non conoscendole bene... o almeno credendo di non conoscerle bene.

Le belle città, come le case solide, non sono costruite con un unico materiale: ci vogliono i mattoni gialli, ma ci vogliono anche i mattoni rossi...

Vincenzo


  

mercoledì 4 marzo 2009

L'Isola che non c'è



E’ una bella giornata di sole….dal colle di Bonaria,
in lontananza, si vede il mare ….é un paesaggio che incanta. …
Cagliari è così….puoi correre , stressarti, ma se hai
un minuto da dedicarle, ha sempre qualcosa da regalarti
che riempie la vista e il cuore….

Ho un appuntamento per le 9.30….. parcheggio con facilità…
la zona attorno alla Basilica è poco trafficata ed è piacevole
fare due passi a piedi...

Attraverso la strada …di fronte c’è la casa di Soru…
Il nome del nuovo governatore della Sardegna è già ufficiale…
Io non lo so ancora… ho deciso che per questa mattina non
lo voglio sapere….

Ieri ho visto le foto di Eugenio: le ha realizzate per la
campagna elettorale di Soru: erano carine…ritraevano
persone di tutte l’età sorridenti e piene di speranza…

Avevo pensato, in caso di vittoria, di telefonare a
Vincenzo…sarebbe stata una bella occasione per sentirci….

Passo davanti ad un’edicola ma evito di guardare
per paura che l’occhio cada sui titoli dei giornali…

Per strada, tra la gente, non intercetto nessun
discorso che alluda al risultato elettorale…c’è una strana
aria di pace qui ….

Il mio appuntamento salta … per consolarmi chiamo
Francesca al cellulare per prendere un caffè al volo….
La conversazione dura pochi secondi…è impegnata..
non può parlare…
In macchina ripenso al tono della sua voce.. sembrava
contenta…allora forse…

Rifletto sul perché la notte precedente ho preferito
andare a dormire dopo le prime avvisaglie di sconfitta:
non riesco a immaginare la mia isola ancora una volta
nelle mani di chi ha saputo solo derubarla ……
chissà con quale abilità consumata le stesse mani
rincominceranno a farlo …
vorrei fosse ancora un sardo a rappresentarci …
non un burattino nelle mani di qualcun altro…

E’ ora di pranzo, riprendo la macchina e mi
dirigo verso casa…. adesso lo so chi ha vinto…

Penso all’isola…al sogno dell’isola…
alla radio trasmettono “L’isola che non c’è” di Bennato,
strana coincidenza….sembra scritta apposta per noi:
quelli che non volevano fermare il cambiamento…
E’ una bella canzone….il senso è tutto nella frase finale:
esorta a non darsi per vinti nel perseguire i propri ideali …
a non rinunciare al sogno di trovare “un’isola che non c’è”………..

Patrizia



lunedì 2 marzo 2009

The Grapes of Wrath



"Con la mano gli sosteneva la testa e le sue dita lo carezzavano delicatamente tra i capelli. Ella si guardava attorno, e le sue labbra sorridevano, misteriosamente". *

Stati Uniti, anni '30, nel mezzo della Grande Depressione. 
La famiglia Joad, ridotta sul lastrico dalla carestia e dalla siccità, lascia l' Oklahoma alla volta della California, credendo di trovare la terra promessa. 
Troverà molta cattiveria e moltissima ingiustizia.
Scoprirà tanta umanità. 


Ci sono delle persone, degli avvenimenti, delle canzoni, dei film, dei libri che influenzano la nostra vita, il nostro modo di vedere le cose, la sensibilità che abbiamo verso le persone. 
E' un vissuto che forma la nostra personalità, il nostro carattere; in definitiva, il nostro modo di essere.

La prima volta che lessi Furore di John Steinbeck era il 1989 e avevo diciott'anni.
E' un libro a cui penso spesso: credo abbia il dono di contenere tutta l'umanità, la dignità, la forza di carattere, la presenza di spirito, la sete di giustizia sociale di cui l'uomo è capace.

A volte è come se gli oggetti ci chiamassero.
Meglio: a volte, per motivi misteriosi, siamo spinti verso degli oggetti.
Mi sono trovato Furore tra le mani...penso sia giunta l'ora di rileggerlo.


Vincenzo

* Così finisce il romanzo: Rosa Tea, che da poco ha partorito un bimbo morto, offre il seno pieno di latte ad un viandante malato che sta morendo di fame.



lunedì 23 febbraio 2009

L'Isola che c'è... nella memoria*


Agosto 2002: la nave Tirrenia che  porterà la Clio (mia prima auto nel 1994), la mia ragazza e me da Genova a Porto Torres è tanto grande quanto bella e luminosa. 
Ricordo i molti piani, i molti corridoi, le tante sale: tutte tempestate di faretti alogeni al soffitto. 
L'effetto è quello dell'albero di Natale, ma comunque è carino e dà l'idea della nave da crociera.
Dopo la cena in un self service molto affollato e con cibo discreto, passiamo al bar per un drink.
Al banco lavora una ragazza molto giovane, forse minorenne, che riceve delle avances da un ragazzo molto più grande. Lei sembra apprezzare, ma a tenere tutto sotto controllo provvede un suo collega che come età potrebbe essere il padre. Mi vedo la scena dei familiari a terra che si raccomandano al collega anziano: "mi raccomando, tienila d'occhio". 

Mattina presto: finalmente la Sardegna. E' la prima volta che ci vengo. Tiro fuori la macchina dalla pancia della nave: sbaglio una manovra e questo mi costerà un po' di fatica supplementare ed una ferita all'orgoglio: " ...come ho fatto a sbagliare una manovra del genere?? Un mulettista esperto come me???".

Dopo la colazione a Porto Torres, in un bar piccolo e ordinato, ci dirigiamo a Santa Maria Coghinas, dove abbiamo affittato la casa: ricordo un mini market fornitissimo e un giornalaio con il Corriere e la Gazzetta del giorno prima... come nelle isole greche! 
La notizia dell'estate è il trasferimento di Ronaldo dall'Inter al Real Madrid.

Tutto verde, verde, verde. 
Tutto profumato, profumato, profumato. Dicono sia il mirto.
Poca gente, poche auto, poche case.
A luglio era uscito "the Rising" e, manco a dirlo, sarà la colonna sonora della vacanza.
Tanto vento, vento, vento.
La gente: ospitale ma senza dare grosse confidenze. Va bene così.
Il mare è bello, ma c'è troppo vento... pochi bagni.

Stintino: bellissimo, acqua trasparente, fondali blu. Come una piscina... e della piscina in estate ricorda il numero delle persone presenti. 
C'è gente ovunque, sui teli, in piedi, in acqua, sulle dune, sulla battigia. 
Ragazzi passano fra i bagnanti cercando di vendere forme di pecorino.

Santa Teresa di Gallura: molte macchine. Un segnale di divieto di sosta messo male. 
Multa... la prendo a mo' di tassa di soggiorno, però penso che queste cose all'estero non succedono.

Alghero mi piace molto: chiara, luminosa e pulita.
Nei paraggi la casa vinicola Sella & Mosca. 
Bei vigneti, belle cantine, ottimi vini. 
Appena fuori dalla tenuta un sito archeologico: ricordo tantissime formiche.

Ci consigliano un agriturismo a Tempio. 
Sera: paesaggio lunare, struggente, bellissimo. 
Trovare il posto non sarà facile, ma ne varrà la pena: porceddu arrosto divino.
Si torna poi indietro ed è notte: paesaggio lunare, struggente, bellissimo.

Ricordo vagamente delle terme naturali: famigliole che si immergevano nelle acque sulfuree... tutto un po' triste.

San Teodoro a trovare una coppia di amici: viaggio lungo, ma ne vale la pena. Compro le pinne!
Viaggio di ritorno di notte: mi piace guidare.

C' è una grossa statale che porta da nord a sud: la prendiamo per andare a Cagliari e da lì imbarcarci per Palermo. 
La nave che ci accoglie è tanto grande quanto brutta e sporca.
Nessuna ragazzina che lavora al bancone, ma quando, l' indomani, tiro fuori la macchina dalla pancia della nave non sbaglio manovra...

Palermo: tre anziani, davanti ad un panificio di periferia, fanno a gara nello spiegarmi la strada per raggiungere l'autostrada... ma questa è un'altra storia...


Vincenzo

* Per il titolo del post, e per il flusso di ricordi che ne sono scaturiti, devo ringraziare un'amica cagliaritana e la sua "Isola che non c'è".

  

  

lunedì 16 febbraio 2009

Nato per correre


Parte Thunder Road e si parte veramente in scioltezza.
Chi non vorrebbe una ragazza al suo fianco? 
"...Bene, non sono un eroe
Questo è risaputo
L'unica redenzione che posso offrirti, ragazza
Sta sotto questo cofano sporco...".

Subentra Tenth Avenue freeze-out ed è la la band, il gruppo di amici, la fedeltà alle persone: 
"... quando le cose cambiarono in periferia
E Big Man si unì alla band
Dalla costa alla città
Tutte le giovani bellezze alzarono le mani...". 
Le gambe vanno, eccome se vanno.

E' la volta di Night: quanto è importante la notte nella mia vita? 
Ci sono periodi che vivrei solo di notte! 
"...ogni mattina ti alzi al suono della sveglia
Arrivi in ritardo al lavoro e il tuo capo ti manda al diavolo
Finchè sei fuori allo scoccare della mezzanotte
Perdendo il tuo cuore dietro ad una bella ragazza
E allora ti senti bene
Mentre chiudi casa
Spegni le luci
Ed esci nella notte...".

Backstreets. Backstreets! Backstreets!! 
Accellero. Accellero! Accellero!! 
"... ricordi tutti i film, Terry
Che siamo andati a vedere
Cercando di imparare a camminare come gli eroi 
Che avremmo voluto essere?
E tutto questo tempo 
Per scoprire che siamo come tutti gli altri
Prigionieri in un parcheggio
E costretti a confessare 
Di nasconderci nelle strade secondarie
Di nasconderci nelle strade secondarie
Dove abbiamo giurato eterna amicizia...".

Me l'aspettavo, ma mi stupisce ugualmente verificare l'energia che mi dà. 
Il titolo è già tutto un programma: Born to run. 
"... Piccola, questa città ti strappa le ossa dalla schiena
E' una trappola mortale, un invito al suicidio
Dobbiamo scappare finchè siamo giovani
Perchè vagabondi come noi, bambina siamo nati per correre...".

She's the one: sai che non sarà l'unica. Ma finchè dura sarà l'unica.
"... Con i suoi lunghi capelli sciolti
E gli occhi che risplendono come un sole di mezzanotte.
Oh-o lei è l'unica, lei è l'unica...".

Meeting across the river: il ritmo cala, ma è sempre un bell' andare... che tromba, che tromba!
"... Tutto quello che dobbiamo fare è tenere a mente quello che vogliamo
Caccia questo in tasca
Sembrerà che ti porti dietro un'amica
E ricorda, non sorridere
Cambiati la camicia perchè stanotte dobbiamo avere stile...".

Jungleland: lo ammetto, vado in trance quando ascolto un assolo di sax di Clarence Clemons.
" I Rangers hanno avuto un raduno
Ad Harlem ieri sera tardi
E Magic Rat ha guidato la sua macchina tirata a lucido
Oltre i confini del Jersey
Una ragazza scalza sta seduta sul cofano di una Dodge
Bevendo birra calda sotto una delicata pioggia estiva
Rat entra in città, si rimbocca i calzoni
Insieme cercheranno di far nascere una storia d'amore
E scompariranno per Flamingo Lane...".


Bene hanno fatto gli organizzatori della maratona di New York a vietare l' ipod durante la gara: è doping emotivo!
Finito l'allenamento avevo ancora voglia di correre... tanta voglia di correre!

Vincenzo - Bruce 


lunedì 9 febbraio 2009

Islera



Di Manolete, oltre ad una tecnica di toreare molto personale e coraggiosa che lo portava a stare sempre vicino al toro, si ricordano le ultime parole dopo l'incornata che gli risultò fatale: "chissà come soffrirà mia madre....".
E chissà cosa stava facendo Islera quel 28 agosto del 1947 quando suo figlio, Islero, incornò l'arteria femorale di Manolete, il più famoso e bravo torero di tutti i tempi.
L'opinione pubblica spagnola rimase sconvolta dal fatto, tanto che il Generalissimo Franco proclamò tre giorni di lutto nazionale.

Qualche giorno fa su facebook ho ritrovato un compagno di classe delle medie con cui, dopo i classici convenevoli, ho ricordato quando, come ricerca scolastica, andammo in strada muniti di registratore a chiedere ai passanti cosa pensassero della corrida... e come le risposte fossero più o meno divise in due tipi: chi vedeva nella corrida una pratica di violenza inutile verso gli animali e chi, invece, ne sottolineava le valenze culturali.
La corrida è una di quelle manifestazioni che difficilmente lasciano indifferenti: o la si ama o la si odia... e anche il mio vecchio compagno ed io non facciamo eccezione: lui la odia, io la amo!

Ho assistito di persona solo a due corride, entrambe a Malaga: una era un allenamento di giovani toreri nella Paza de Toros, evento gratuito aperto alla cittadinanza e la seconda una corrida di una certa importanza svoltasi durante la Feria de Malaga, una sorta di carnevale che si svolge ad agosto nella città andalusa e che raccoglie moltitudini di persone pronte a far bisboccia.
Ho anche seguito una corrida in tv, trasmessa in diretta da Madrid, mangiando un panino in un bar di Cordoba... ma lì eravamo in maggioranza turisti, e questo mi ha un po' rovinato lo spettacolo.
A Malaga, invece, ero uno dei pochi non spagnoli sugli spalti e questo credo sia un presupposto irrinunciabile per vivere appieno lo spettacolo e per capirne un poco i riti.

La corrida segue un cerimoniale rigido: prima il toro viene fatto entrare nell'arena dove corre liberamente e viene esaminato dal torero; poi entrano i picadores a cavallo che con una lancia provocano una serie di ferite all'animale; poi è la volta dei banderilleros che, correndo incontro al toro, lo infilzano con le banderillas, delle piccole aste appuntite ornate di nastri colorati; infine è la volta del torero che, istigando il toro con la muleta (il drappo rosso che tutti conosciamo), dovrà stancarlo e poi infilzarlo con una spada fra le scapole così da raggiungere il cuore. La maestria del torero sarà giudicata da come farà muovere il toro, da quanto gli andrà vicino, da quanto tempo impiegherà ad abbatterlo, da quante infilzate tenterà.... inutile dire che ai migliori ne basta una. Solitamente per ogni corrida ci sono tre tori e tre toreri che si susseguono nella serata.

Ci sono molte cose che mi affascinano nella corrida: la forza bestiale ed esplosiva del toro, il coraggio di tutti quelli che entrano nell'arena, la virilità ostentata (il toro, il torero, i picadores, i banderilleros... tutti rigorosamente maschi), la partecipazione del pubblico che sta in religioso silenzio quando c'è da non fiatare e invece esplode in urla di gioia o in grasse imprecazioni verso i toreri, a seconda di come si comportano. C'è poi l'emozione di assistere ad un evento prettamente spagnolo (e questo spiega perchè in Catalogna la corrida non sia molto seguita), che racchiude alcune delle caratteristiche di questo popolo: la fierezza, il machismo, la serietà e la non paura della morte.
E qui credo stia l' essenza ultima e conturbante della corrida: sfidare la morte sotto forma di possenti corna di toro.
In fondo è un celebrare la vita sfidando la morte: sapendo che, probabilmente, nell'arena vinceremo noi, ma, sicuramente, alla fine vincerà lei.

Vincenzo

lunedì 2 febbraio 2009

Viaggio, vita


















ALLEGRIA DI NAUFRAGI
Versa il 14 febbraio 1917

E subito riprende
Il viaggio
Come 
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare.


Ungaretti scrisse questi versi nel 1917 mentre, da soldato, partecipava a quella tremenda macelleria che fu la prima guerra mondiale.
Alcuni critici pensano che venga richiamata la figura di Ulisse che, grazie alla sua sete di conoscenza, non si arrende alle difficoltà che incontra e continua il suo viaggio.

Possono pochi versi racchiudere il tutto?
In fondo la vita non è un susseguirsi di naufragi in un unico grande viaggio?
E la bellezza della vita non sta proprio nella ripresa del viaggio?

Vincenzo

domenica 25 gennaio 2009

Antonio Gramsci


“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci - 11 febbraio 1917-

Vincenzo

martedì 20 gennaio 2009

Tolleranza e multietnicità

Devo commentare subito il precendente post di Vincenzo in quanto io stesso avevo venerdì visto una scena simile a quella da lui descritta dell gruppo di spalatori ma la percezione da me avuta è stata totalmente diversa.
Sarà il mio sentire negativo su Milano, sulla sua gente, a rendermi così meno ottimista di Vincenzo e vedere non certo quella multicularità solare inneggiata da lui e che anche io tanto apprezzo?

Certo anche nel mio palazzo è bello avere inquilini filippini, russi, brasiliani , per la maggior parte famiglie da tempo in italia già pienamente integrate, ma altrove vedo una multietnicità appena tollerata e non certo davvero integrata.
Non vedo i milanesi –a parte qualche eccezione- scambiare parole o sguardi positivi verso quei russi, cinesi, maghrebini ....piuttosto fastidio più o meno pronunciato e così fastidioso invece per me, e penso per chiunque invece consideri tutti prima di tutto come Uomini, senza distinzioni di reddito o razza, ancor di più per l’arroganza di quegli sgardi che vengono spesso proprio da coloro che sono stati in prima persona immigrati qui a milano venti o più anni fa con le grandi ondate di immigrazione dal sud.

Dicevo della scena vista Venerdì....sì i bellissimi volti del gruppo di spalatori , abbacchiati ma anche con una speciale luminosità negli occhi forse soprattutto per l’essere in gruppo ma la cosa triste era che mentre loro duramente cercavano di spezzare i lastroni di ghiaccio sui marciapiedi, l’unico “Bianco” della squadra comandava loro su cosa/come fare...anche le posizioni relative della squadra e del “capo” ricordavano quelle delle vecchie galere romane ...gli schiavi tutti in fila e al centro della strada il capoccia con la frusta.

E’ per questo solo che gli immigrati sono accettati da milano? Una nuova forma di degradazione?
Vorrei un sorriso in più quando li incontri per la strada, o al supermercato senti quel mescolarsi di idiomi, vedi i diversi modi di interagire, abiti, volti, colori

Chiudo come Vincenzo con la menzione un altro aspetto fondamentale che dovremo trattare è quello del Lavoro in generale...una divertente vignetta trovata mentre cercavo immagini di galere romane cogli schiavi a remi.


Giorgia



sabato 17 gennaio 2009

La mia città


Il post di Giorgia mi ha stuzzicato a scrivere qualcosa di bello su Milano, città che spesso critico per lo smog, il traffico a volte caotico, il clima rigido d'inverno e afoso d'estate, il comportamento spocchioso di alcuni suoi abitanti, il suo sindaco che pensa troppo all'Expo e poco ai problemi dei cittadini... città, Milano, dove sono nato e in cui vivo bene, malgrado tutto.

Mi piace molto girare per Milano: a piedi, in bici, coi mezzi pubblici (specialmente in tram) e in auto... e quando sono in giro mi piace osservare i luoghi e i comportamenti delle persone.

Voglio raccontare due belle scene che mi hanno colpito lunedì scorso mentre, in auto, da Bresso, dove c'è la mia palestra andavo ad un appuntamento in viale Ripamonti: dalla periferia nord a quella sud. Un bel giro.

La prima scena si è svolta in via Fara, zona piazza della Repubblica. 
La Moratti, dopo la sceneggiata (più napoletana che meneghina in verità) della chiamata dell'esercito a ripulire le strade dalla neve, si è decisa a chiamare degli spalatori. Il gruppo che ho visto all'opera era formato da tre magrebini e sette ragazzi dell'Africa nera... tutti molto giovani, ingiubbottati contro il freddo, armati di pale e picozze che usavano non proprio magistralmente e con un espressione del volto che tradiva spaesamento.... era come se si chiedessero cosa avessero fatto di male per essere stati costretti a lasciare i loro Paesi caldi per queste lande innevate.
La situazione mi ha fatto sorridere, un po' perchè sono tornato con la memoria alla grossa nevicata del 1985 dove con due amici andammo a fare gli spalatori (in proprio, non per il comune...) e un po' perchè mi piace vivere in una città multietnica.

Credo che ci siano pochi dubbi sul fatto che Milano sia la città italiana che più si avvicina a Londra e New York come modello di multiculturalità: a molte persone questo non piace, a me, invece, esalta. 
Mi piace vivere in un palazzo che ospita una famiglia filippina, una dello Sri Lanka e  dei giovani brasiliani. Mi piace scambiare con loro due chiacchiere, due idee, due sguardi.
Mi piace lavorare con colleghi stranieri, senegalesi perlopiù... mi piace sentire le loro storie, i loro sogni, le loro tradizioni... e mi piace spiegargli un po' l' Italia, il nostro modo di vivere, la nostra lingua.
Mi piace andare nei quartieri etnici: dai cinesi in Paolo Sarpi , coi loro negozi di cianfrusaglie e i loro ristoranti buoni ed economici; dagli etiopi ed eritrei in Porta Venezia, con gli uomini in gruppo nei bar e le donne (alcune alte e altere, altre basse e grosse tipo Mami di Via col Vento, ma tutte fasciate in vestiti tradizionali coloratissimi) che si dirigono a casa coi sacchi della spesa; dai magrebini sull'asse via Vitruvio-Stazione-via Ponte Seveso, coi negozi di Kebab che fanno anche la pizza, le macellerie islamiche che mi ricordano il dipinto "la Vucciria" di Guttuso e le donne velate e sensuali.

Milano, malgrado tutti i problemi di inserimento e di convivenza che inevitabilmente nascono in situazioni del genere, è riuscita ad accogliere nei decenni passati l'immigrazione dal sud Italia: Pugliesi, Calabresi, Campani, Siciliani (fra cui i miei genitori) hanno portato in città tradizioni, culture, usi che si sono amalgamati col tempo a quelle del luogo e hanno reso la città migliore.
Ancora oggi molti dei giovani più preparati e volenterosi del nostro sud vengono qui a lavorare ( e non solo dal sud, a volte) e vengono subito integrati.
E' quello che capiterà con gli staranieri. Probabilmente ci vorrà più tempo, ma senza dubbio avremo una città ancora più bella.

La seconda scena che mi ha colpito si è svolta all'incrocio tra via Vivaio e corso Monforte. Ero fermo al semaforo rosso e girando lo sguardo a sinistra ho scoperto una tintoria.
La cosa mi ha stupito, un po' perchè sono passato da lì migliaia di volte e non ci avevo mai fatto caso e un po' per la zona: in pieno centro, a pochi passi dalla Provincia e dalla Prefettura... anche questo mi piace della città: nasconde le sue doti.

Il negozio è piccolo, una sola vetrina, con gli abiti pronti appesi al soffitto e la postazione da stiro visibile dalla strada. La signora che stirava avrà avuto sessantacinque anni, capelli bianchi curati, molto sobria ed elegante, con al collo una bella e lunga collana blu che le scendeva sul maglione. Quello che mi ha colpito è stata la sua maestria nel lavoro: stava finendo di stirare una polo blu e rossa... un colpo di vapore sul fronte... l'ha girata sul retro... altro colpo di vapore... ha piegato il lato destro e la sua manica... ha piegato il lato sinistro e la sua manica... ha piegato in due la maglietta... colpo di vapore... ha sistamato il colletto... perfetto. Il tempo di un semaforo.

Credo che sul fatto che Milano sia una delle città più laboriose d'Italia ci siano pochi dubbi.
L'adagio molto meneghino "lavoro, guadagno, chiedo, pago, pretendo", fa si che il milanese sia molto critico sulla qualità dei servizi e dei prodotti a lui offerti e, di conseguenza, molto attento ai risultati del lavoro da lui svolto.
Dai lavori più umili a quelli più qualificati il milanese si impegna mediamente più che nel resto d'Italia. Questo, insieme ad altro, si capisce, ha fatto si che le migliori università, i migliori ospedali, le case di moda più celebri, l'industria editoriale e quella dello spettacolo, il più grosso centro fieristico e le squadre di calcio più rappresentative, solo per fare pochi esempi, siano di Milano.

Il lavoro: quello che spinge le persone a venire a Milano e quello che rende la città così viva.

Forse sarebbe il caso di ricordare più spesso il primo articolo della nostra Costituzione... ma questo è un altro post... 


Vincenzo    

venerdì 9 gennaio 2009

Spigolature milanesi

Questo mio primo post del 2009 sarà dedicato alla città in cui ora abito...città che pure non amo e che non sentirò mai mia a differenza della mia natia Bologna o delle tante città del mondo -Roma, Parigi, Venezia - solo per citare le prime- che adoro e che pur se solo vissute da turista mi fanno sentire “a casa”.

Due spigolature sentite in Tv durante queste vacanze di Natale hanno infatti colpito la mia curiosità...

Una Notizia: Abbado che si dice pronto a tornare alla Scala per un pagamento in natura...letteralmente in Natura: 90000 alberi che il Comune di Milano dovrebbe piantare. Splendida richiesta, non trovate?

E un Aneddoto:

A partire dal 1385 cominciarono a giungere a Milano artisti, architetti,artigiani, muratori, pittori, vetrai. Per dare il loro contributo alla“Fabbrica del Duomo”; un immenso cantiere che rimase aperto per decenni, fino ad esitare in quell’incredibile testimonianza del gotico fiammeggiante che sembra uscita dall’estasi di un mistico.Tra i convenuti c’era un fiammingo di Lovanio, tal Valerio Perfundavalle, di professione pittore di vetrate. Per conferire ai suoi gialli un tocco di brillantezza in più, Perfundavallle impiegava lo zafferano. A Milano si lavorava sodo fin d’allora, e la pausa per il pranzo era piuttosto breve. Il nostro pittore pertanto si riduceva a mangiare un po’ di riso dalla “schiscetta”, sul suo ponteggio sospeso tra terra e cielo. Com’è e come non è, un bel giorno, causa un movimento maldestro, un po’ dello zafferano che serviva per le vetrate finì nel riso. La leggenda sorvola sulle reazioni del nostro eroe (avrà forse sacramentato in fiammingo, a bassa voce dato il luogo). Però….il riso colorato di giallo pareva proprio appetitoso. E il sapore? Perfundavalle esitò un istante. Poi si disse: che male può farmi...Così l’assaggiò. Gli piacque molto. Da quel giorno le sue vetrate furono un po’ meno gialle, e il suo riso lo fu di più. La voce, com’è ovvio,si sparse. E lo zafferano passò in cucina. Come dire: dal croco al cuoco.Questa storia è sicuramente falsa, dalla prima all’ultima paro
la. Ma è suggestiva, perché mette insieme i due must di Milano: il Duomo, e il risotto alla milanese. Facendoli nascere nello stesso luogo, l’uno dall’altro. Le scatole cinesi non hanno fine: da tutto questo scaturisce – secondo un’altra leggenda – anche il nome“risotto”. Un umanista, assaggiando questo singolare riso giallo, pare abbia esclamato: “Risus optimus!”

Cosa scegliere come immagine per questo post così dominato dal giallo? Mmmh vediamo...non l’isolata assolutezza di colore del famosissimo giallo, brandello di muro della “Veduta di Delft” di Vermeer, nè quadri al giallo dedicati come il “Cristo giallo” di Gaugin o “La casa Gialla” di Van Gogh, ma due quadri che amo in cui i toni del giallo, colore del sole per eccellenza prendono significato preponderante nel mischiarsi invece con il buio, nel contrasto luce/buio o nel gioco di pigmenti in cui il tono diventa un indefinibile mix...Rembrandt e Goya ...due quadri che parlano ..immagini di solitudini... l’isolamento del vecchio filosofo e la desolazione panica di un cane perso nella tempesta.


Giorgia



martedì 6 gennaio 2009

Il post della Befana


Ieri un' amica mi faceva vedere delle sue cicatrici: piccoli segni lasciati da cocci di vetro innavvertitamente toccati da bambina; tracce un po' più grosse dovute ad un' operazione chirurgica; piccole macchie lasciate sulle mani dall'acido del "piccolo chimico"; un bel segno dritto sul braccio, lasciato da un colpo di  fucile caricato a sale da un contadino stanco che dei ragazzini gli rubassero la frutta sotto casa...

Mentre mi mostrava questi segni, mi raccontava frammenti di vita e mi ha fatto tornare in mente una frase che una persona cara mi disse qualche tempo fa: "le cicatrici restano, ma il dolore passa". Le cicatrici nell'anima, si capisce.

Bel promemoria, le cicatrici... da non ostentare, ma da non nascondere. Da non pensare spesso, ma da non dimenticare.

Saluti dalla Befana e buon 2009, Vincenzo